Tibet: da Lhasa al Monte Everest in un 4×4

13-20 Giugno 2013

Con un volo diretto da Chengdu arrivo in 2 ore a Lhasa, capitale del Tibet ed immerso tra le montagne dell’ Himalaya nel plateau tibetano.

Ad accogliermi in aeroporto, una guida locale con un simpatico tentativo di far entrare in un foglio di carta il mio nome completo!

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Mi aspettano 7 giorni in Tibet (anziché 7 anni come nel film di Brad Pitt…) da Lhasa al Monte Everest e ritorno, attraversando paesaggi mozzafiato a bordo di un’ auto.

Gia’ avevo tentato di raggiungere l’ atteso Tibet con un viaggio via terra Kathmandu-Lhasa, quando mi trovavo in Nepal .
Ma le regole cinesi (che cambiano al cambiar della direzione del vento!!) me lo impedirono. Entrare in Tibet da un Paese che non sia la Cina e’ permesso (allo stato attuale) solo se si parte con un gruppo organizzato che prenota assieme, ovvero un gruppo di amici per esempio.

Non il mio caso direi dato che sto viaggiando da solo intorno al mondo.

Ergo, la unica opzione che avevo è stata quella di entrare in Tibet dalla Cina. Allora si’ che mi sono potuto aggregare ad un gruppo composto da persone completamente sconosciute. Il tour operator e’ cinese ovviamente.
Con almeno 20 giorni prima della partenza per Lhasa ho dovuto cercare, contrattare e firmare il mio contratto di viaggio, il tutto per avere questo benedetto permesso dalle autorità cinesi per entrare in Tibet.

Curioso poi il nome che  hanno dato al permesso di viaggio in Tibet: “Aliens’ Travel Permit”…come se fossimo noi gli “alieni”…

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Lhasa, che in tibetano significa “trono di Dio”, si trova a 3500 metri slm ed il mio viaggio verso l’ Everest mi porterà ad oltre 5000 metri. Per cui i primi giorni sono dedicati proprio a Lhasa, per adeguarsi alla elevata altitudine e naturalmente per visitare la capitale di questo incredibile PAESE.

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Chissà perchè ma nel mio immaginario avevo l’ idea di una città antica, religiosa, quasi “sacra”, in mezzo a case di modesta fattura. Un po’ come Kathmandu, in fondo non tanto lontano da qui.
Che errore! Lhasa è una città con edifici e stili architettonici di una classica città moderna. Negozi di marche internazionali, gioiellerie, catene di ristoranti. Risultato della spietata politica edilizia cinese che sta trasformando una città sacra in una metropoli, con tanto di grattacieli e luna park tra le montagne dell’ Himalaya!

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Che scempio. Ma ve lo immaginate questo per esempio a Gerusalemme?!
Ma per fortuna il suo palazzo principale, il bellissimo Palazzo Potala, è un gioiello intaccato.

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Costruito sulla collina Marpori, spicca come una luce nel buio in mezzo alla città moderna.
La prima volta che l’ ho visto sono rimasto a bocca aperta. Ripreso dal disappunto di vedere auto circolare su una strada a scorrimento veloce costruita proprio ai piedi della collina, ho passato tantissimo tempo senza mai annoiarmi ad ammirarlo.

Un incredibile palazzo costruito nel 7-imo secolo DC da Songtsan Gambo, il fondatore dell’impero tibetano. Dal 1645  una serie di opere iniziate dal quinto Dalai Lama, lo hanno portato alle sue dimensioni attuali e da allora e’ diventato anche la sede di residenza, politica e religiosa del Dalai Lama. E’ diviso un due sezioni: il “palazzo bianco” dove risiedeva il Dalai Lama ed i monaci, ed il “palazzo rosso”, dedicato alla preghiera ed allo studio. Alto circa 115 metri su 13 livelli con più di 1000 stanze (!!) che includono templi, tombe, dormitori per i monaci, e’ composto da una infinita’ di settori squadrati ma che si incastrano tra di loro perfettamente.
Ed alle sue spalle le montagne dell’ Himalaya.
Un vero tesoro della umanità e residenza estiva del Dalai Lama fino al 14esimo, quando nel 1959 ha dovuto esiliare in India per scappare dall’invasione comunista cinese avuto luogo nel 1950, rivendicando queste terre come proprie.

Non mi stupisce che venga considerato dai buddisti tibetani un luogo sacro da visitare almeno una volta nella vita e dove le persone vanno in preghiera come fanno i cristiani nelle chiese o i mussulmani nelle mecche.
Stando fermi proprio qui, ai piedi della collina e quindi del palazzo, vedo un continuo flusso di gente locale che cammina avanti e indietro con la “ruota della preghiera” con i loro tradizionali vestiti. Stupendi.

A volte in preghiera profonda sdraiati a terra..come avevo visto fare in Nepal.

Curiosità: la mia sorpresa di vedere edifici moderni nella zona del palazzo deve essere stata la stessa avuta dall’ Unesco. Tanto è che dopo una sua lamentela, il governo cinese varo’ una legge che proibisce la costruzione di edifici più alti di 21 metri nella zona.

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Il modo migliore per visitare la citta’ ed apprezzarne la gente ed i profumi, e’ come al solito perdersi camminando tra le stradine ed i mercati rionali, mangiando nei “ristoranti” locali o facendo due chiacchiere con la gente del posto. Se da una parte infatti si vedono negozi moderni e tutte le comodità’ di un mondo occidentale, dall’altra si possono ancora scorgere luoghi e sopratutto visi terribilmente affascinanti.

Il Tibet. Oltre il lato religioso ed un infinito numero di monasteri, mi affascina la sua gente. Tratti somatici precisi, di una razza distinta e differente da tutte le altre, pelle scura, pochi peli sul corpo, occhi a mandorla profondi..ed un sorriso innocente ogni volta che si incrocia il loro sguardo.

E poi i bambini. Belli in tutto il mondo, ma qui ancora più innocenti e dolci 🙂

Indimenticabili direi!

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Il giorno dopo il mio arrivo a Lhasa, assieme al gruppo di 8 persone che mi accompagnerà nei prossimi giorni fino all’ Everest, vado proprio a visitare l’interno del Palazzo Potala.

E mica si può entrare quando uno vuole! Occorre prenotarsi il giorno prima per un orario di ingresso ed uscita precisi!!

Lhasa è una città quasi militarizzata, con check point ovunque dove controllano borse e persone nei punti di ingresso della città antica. Ed ovviamente anche per entrare nel Palazzo. Strana sensazione…

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Ed alla mia domanda del perchè tutti questi controlli, i tibetani di questo non vogliono parlare, evitano l’ argomento oppure semplicemente non sanno la risposta!
Ma è chiaro che si respira un’ aria di occupazione ed invasione.

Nell’ aeroporto ho visto aerei militari cinesi pronti a decollare, i tibetani non amano parlare cinese e ci sono più cinesi che tibetani che vivono in Lhasa (frutto di incentivi governativi per popolare il Tibet).
In ogni luogo, civile o religioso, monastero, tempio, sventola la bandiera della Cina.

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Stanno cercando di controllare anche la religione in Tibet. Dopo l’ esilio in India dell’ ultimo Dalai Lama nel 1959, il governo cinese ha RAPITO un bambino di 6 anni e la sua famiglia, dopo che fosse stato riconosciuto come la reincarnazione del Lama. Ancora oggi, dopo quasi 20 anni non si hanno sue notizie ed il governo cinese ha scelto il successore tra le file di simpatizzanti del governo.
Ma si può!?
Dopo solo 2 giorni qui, provo sofferenza e pena per questa occupazione senza diritto, dove il popolo e la religione tibetana sono completamente controllate dal governo cinese. Mi piace la Cina, mi piacciono i cinesi, ma mi auguro una rivoluzione. Chissà se la nuova generazione di cinesi se ne renderà conto e cambieranno le cose.

All’ ingresso del Palazzo Potala non è ammesso portare cibo o bevande. Perchè? Perchè i cinesi furboni li vendono dentro. Anzi, proprio davanti al balcone dove il Dalai Lama si affacciava per parlare con il popolo! No comment!

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Curiosità: la entrata al palazzo costa 200 yuen per tutti (inclusi i cinesi) ma non per i tibetani che pagano 1 yuen (cioè nulla, giusto un prezzo simbolico).

Superati i controlli di sicurezza, l’atmosfera mistica religiosa vissuta davanti il Palazzo, incrementa quando vedo un fiume di tibetani girare i tamburi prima di varcare il vero ingresso del Potala.

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Purtroppo all’ interno non sono ammesse foto (anche se qualcuna mi e’…sfuggita diciamo..) ma sono passato attraverso una quantità infinita di stanze e stanzette dove il Dalai Lama pregava, riposava, accoglieva le persone. Oltre ad un numero indecifrato di statue rappresentanti Buddha. Il Palazzo è anche sede delle tombe dei più importanti Dalai Lama.
Oltre noi turisti naturalmente c’ erano anche locali o fedeli buddisti che vengono qui e pregano. Tutti muniti di tantissime banconote da offrire ad ogni statua o stanza che incontravano, sempre “sorvegliate” da un monaco in preghiera. Incredibile.

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Ma la mia visita a Lhasa prosegue con altri due interessanti luoghi.
Primo, il museo del Tibet.

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Entrata gratuita, mi ha permesso di avere una idea generale della storia e cultura di questo fantastico popolo tibetano. Il Tibet e’ stato unificato nel 7-imo secolo DC da Songtsan Gambo. Secondo quanto riportato nel museo pero’, ovviamente con la “leggera” influenza del governo cinese, il Tibet e’ stato sempre sotto il controllo politico/amministrativo delle varie dinastie cinesi che si sono susseguite. Cosa non vera, anzi’ l’impero tibetano si era espanso fino ad acquisire una dimensione superiore all’attuale Cina, con una forte influenza militare/politica della Mongolia, ben più’ forte dell’allora impero cinese.

Incredibile vedere come nel giro di alcuni secoli le cose possano cambiare. Il Tibet e la Mongolia sono ora confinati a piccoli territori brulli schiacciati dalla povertà’. Ma le cose cambiano con il tempo….chissà’…

Scopro inoltre che la prima scrittura e religione (il buddhismo) derivano da una forte influenza dall’ India e dal Nepal. I tibetiani hanno in seguito sviluppato un loro alfabeto e linguaggio. Ma ora capisco perchè molte scritte in città, riportate in cinese ed in tibetano, mi ricordavano molto i caratteri indiani.
Popolo di agricoltori ed allevatori, fanno un enorme uso dello Yak, un curioso animale simile al toro o la vacca da cui ricavano/costruiscono di tutto (da provare il te’ tibetano con burro di Yak!!), incluso le barche con la sua pelle essendo perfettamente impermeabile 🙂

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Infine, il tempio Jokhang, nel centro storico della città, sul cui tetto si ha una vista incredibile del Palazzo Potala e del mercato locale di Barkhor.

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Dopo 2 giorni di adattamento all’ altitudine, finalmente si parte con un 4×4 verso l’ Everest (che in tibetano e quindi in Tibet viene chiamato “Qomolangma“) e finalmente vedo il “vero” Tibet, fatto di soli abitanti tibetani, di villaggi in pietra lungo la strada, di monasteri costruiti tra le montagne, di infinite corde con le bandiere dai colori del buddismo che pendono da una parte all’altra dei varchi rocciosi.

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Ed infine..i paesaggi. Da Lhasa a Shigatse fermandoci al lago Yamtso Tso (con ahimè’ le solite attrazioni per i turisti come farsi una foto con un povero Yak o con un cane tibetano addobbato..)

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con alle spalle il ghiacciaio Karola a 5000 metri slm,

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per poi terminare nel monastero Kubhum nel villaggio di Gyantse, incastrato nella catena dell’ Himalaya.

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Molte le ore di viaggio ma che, grazie a quello che ci circonda, passano veloci ammirando dal finestrino del 4×4 prima a destra e poi a sinistra.

Sebbene sia rimasto a bocca aperta quando ho incontrato alcuni stoici turisti cinesi in sella ad una bici e macinare chilometri tra le montagne.

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Consiglio “caloroso”:
Siamo molto alti ed il sole brucia senza che ci si renda conto. Meglio coprirsi ed avere la crema solare protettiva!

Il Tibet. Questo incredibile paese circondato da montagne e steppa, dove un valido mezzo di trasporto e’ il comune trattorino!

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Sarà la bassa stagione ma a quanto pare siamo in pochissimi a seguire questo tragitto da Lhasa all’ Everest e gli altri pochi turisti che incontriamo nei monasteri o nei villaggi lungo la strada sono cinesi. Risultato? Che la gente locale non è abituata a vedere occidentali, per cui spesso sono io l’ attrazione del posto, o almeno lo sono per loro. Mentre mangio, cammino, visito un tempio, mille occhi curiosi mi fissano e qualche bambino azzarda in inglese un “hello”. Basta un mio sorriso e vengo ricambiato con uno loro. Gente pacifica, religiosa e cordiale. Grande Tibet.
Ed ovviamente anche io rimango a guardarli volentieri, osservare come le donne e le nonne portino in giro i bambini ai monasteri o come gli adulti indossino i loro vestiti ed i capelli.

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In totale abbiamo guidato per 3 giorni a bordo di un 4×4 dormendo in piccoli villaggi in sistemazioni tipo dormitori (a volte senza doccia), ogni giorno macinando chilometri tra le montagne in terreni brulli, secchi, rocciosi. Dopo la notte a Shigatse, la mattina presto a visitare il monastero Tashilhunpo, residenza estiva del Penchen Lama, in una giornata simbolica per la religione tibetana con un gran numero di fedeli dunque in visita. Occorre farsi spazio tra i corridoi stretti e lunghi di questi posti.

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Incredibile poi vedere per strada alcuni fedeli prostrarsi a terra in pellegrinaggio fino al monastero.

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Altri chilometri di marcia fino al villaggio Sakya a visitare l’ omonimo monastero ed accampare in un ostello locale.

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Il tutto per raggiungere finalmente al quarto giorno il Campo Base da dove poter ammirare la cima della montagna più alta del mondo: l’ Everest.

Lo stesso viaggio da Sakya a Rongpuk, piccolo villaggio vicino al Campo Base Everest con la nostra tenda per la notte, è un percorso di “sole” 5 ore, attraverso una strada dissestata a prova di ammortizzatori, passando per distese di prato selvatico, fiumi, e montagne.

Eppure anche qui arrivano le poste cinesi!!

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Per entrare nel parco nazionale dell’Everest, o Qomolangma in tibetano, occorre passare il checkpoint militare dove i cinesi controllano due permessi: uno per essere nel Tibet, ed uno specifico per entrare in zona Everest. (di nuovo, foto proibite pero’…arghh..mi e’ “scappato” il ditino sulla macchina fotografica di nascosto…)

Mi colpisce che anche i tibetani, padroni di casa nella loro terra, debbano farsi registrare in ingresso ed uscita da un poliziotto cinese!!

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Passato il check-point, altri chilometri di marcia e di nuovo un (ultimo) varco di controllo…una storia infinita.

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Dopo 4 giorni di un infinito viaggio su un “comodo 4×4” arriviamo finalmente in un punto dove poter ammirare da lontano la catena montuosa dell’Himalaya e la sua cima più’ famosa ed alta: l’ Everest

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Curiosità:
Non tutti sanno forse che l’ Everest è stato chiamato così in onore di Sir George Everest nel 1856, il supervisore generale dell’ Industriale fino al 1843. Fino ad allora era semplicemente chiamato “peak XV”. Nonostante il nome dato dagli inglesi, la gente locale, come ovvio e giusto che sia, conoscono la montagna con un altro nome. I nepalesi lo chiamano “Sagarmatha” ovvero “la madre del cielo”, mentre i tibetani la conoscono come “Chomolungma”, ovvero “Madre dea del Paese”.

Ma il monte Everest quanto è alto? Incredibile ma vero è stata una disputa per anni, e sembra che ancora non sia finita nonostante l’ avvento del GPS. Ma le differenze tra le varie misurazioni sono di sole alcune decine di metri..forse nel mondo ci sono problemi più importanti no?!
A metà del 1800, il successore di Sir George Everest come supervisore generale dell’ India, un certo Andrew Waugh, fisso’ l’ altezza a 8842 metri che successivamente fu aumentata a 8848 metri, altitudine oggi accettata. Nel 1999 una misurazione del Museo della Scienza di Boston con il GPS suggeriva una altitudine non superiore a 8830 metri e qualche giorno dopo la National Geographic Society annuncio’ che l’ altezza vera è di 8850 metri.
Sia come sia, il Monte Everest è la montagna più alta nel mondo e cresce ogni anno di qualche millimetro a causa delle forze geologiche.

Tornando al viaggio, arriviamo purtroppo con la cima della montagna un po’ coperta dalle nuvole ma chi se ne frega. Che emozione poter ammirare l’ Everest dal vivo! Quanti possono dire di averlo fatto?

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Ed ecco infine il Campo Base, termine del nostro viaggio per poi tornare indietro fino a Lhasa.

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Il Campo Base Everest (chiamato anche EBC) si trova a 5200 metri slm ed è un un vero e proprio accampamento, posizionato all’ interno di una valle rocciosa protetta dalla catena dell’ Himalaya. Ma questo campo base è solo per i turisti. I veri alpinisti hanno base in un altro luogo. Qui le tende, dove vive la gente locale, sono state trasformate in “hotel” dai nomi altisonanti 🙂

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Addirittura c’è un ufficio postale!!

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La mia tenda è gestita da una famiglia con un bambino piccolo, un focolare al centro della stanza alimentato con sterco di pecora, dei divani intorno alla sala. Sono i nostri letti per la notte 🙂

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A 5200 metri slm non è stato il freddo a non farmi dormire. Ma la mancanza di ossigeno!! È stata la prima volta che ho vissuto sulla mia pelle come ci si possa sentire ad elevate altitudini..figuriamoci a scalare l’ Everest! Per tutta la notte non sono riuscito a respirare bene..mi mancava l’ ossigeno.
Esperienza comunque interessante, premiata anche dal fatto che al mattino seguente le nuvole hanno deciso di lasciare in pace l’ Himalaya permettendomi di vedere a pieno la montagna più alta nel mondo. Fantastico!

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Curiosità’:

Ma come si è formata la catena dell’ Himalaya?

L’area oggi occupata dalla più’ alta e giovane catena montuosa, era un tempo un profondo mare, chiamato “mare Tethys”. Circa 230 milioni di anni fa nell’emisfero sud esisteva un unico grande blocco formato dall’attuale India, Africa, sud America, Australia ed Antartica. Tale blocco incomincio’ a staccarsi e 55 milioni di anni fa la parte di terra corrispondente all’India incomincio’ a “scivolare” verso nord percorrendo oltre 10,000 chilometri fino a collidere con il continente Euroasiatico.Il mare Tethys fu chiudo nella morsa e scompari’. Anche dopo la collisione, il continente indiano continuo’ il suo movimento verso nord facendo rialzare il suolo circostante, creando appunto il Plateau tibetano e la regione dell’Himalaya.

È di nuovo ora di tornare a Lhasa con altri 2 giorni di auto.

Alla classica domanda “ma come è questo Tibet”, potrei rispondere che è un territorio estremamente roccioso, brullo, povero, dove l’ agricoltura è importante per la sopravvivenza di molte persone ma che è allo stesso tempo di difficile attuazione visto il clima e la terra. Ma ricco di monasteri secolari. La gente vive della religione buddhista e questo si riflette nei loro modi di fare. Estremamente umili, anche se non hanno soldi, hanno sempre qualche banconota da lasciare ai monaci. Ti guardano incuriositi quando vedono un viso occidentale, così diverso da loro, ma basta un sorriso ed ogni barriera linguistica si supera. Nei loro occhi si vede che soffrono della occupazione cinese. Di questo non amano parlare.

Tirando le somme, il viaggio è stato un vero massacro. Troppe le ore in auto ed i chilmetri da percorrere. Lo rifarei? Non lo so, ma sicuramente è meglio se da Kathmandu si percorre il percorso verso Lhasa o viceversa, e non Lhasa-Everest-Lhasa.
Ma purtroppo le regole cinesi non me lo hanno permesso.

Quanto desidero che il PAESE Tibet fosse libero ed indipendente, magari così permetterebbero a tutti senza problemi di visitare le bellezze del territorio, il ritorno economico del turismo andrebbe ad i tibetani e non ai cinesi, non ci sarebbero più controlli lungo la strada della polizia come se stessimo in una zona di guerra (controllano anche i tibetani…nel loro territorio!).

Liberate il Tibet. Tibet Libero!

Buon viaggio a tutti.

Categorie: Tibet | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Tibet: da Lhasa al Monte Everest in un 4×4

  1. renata cecchi

    Figlio, che esperienza fantastica!!!! Dire splendido non esaurisce il senso di ciò che si prova a leggere il post. Immagino cosa hai provato tu.
    Mom

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